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giovedì 26 settembre 2013

Sacro G.R.A.





I primi venti minuti, diciamolo, la tentazione di alzarsi e andare c'è, sì c'è (una donna nella fila di faccia alla mia lo fa). Ma poi, come in un romanzo un po' bislacco la voce forte, il timbro deciso del narratore che anche se ciò che racconta proprio proprio non ti intriga, quella voce la devi comunque seguire, qui c'è la giunzione ottima tra la fotografia, misurata, limpida, a tratti esemplare, e un suono irreale, attutito, come artefatto, senza zeppe realistiche o contorni musicali (e alla fine scopri che il regista s'è incaricato anche della fotografia e del suono: chapeau!). E così, come una pasta lievitata, il film ti cresce davanti agli occhi; quelle storie, pare, scombinate s'accavallano e si congiungono, come in una trama definita, e pur in una forte penuria del parlato, le immagini, le sequenze parlano e parla soprattutto la capacità di posare lo sguardo (questo è poi il regista, il narratore) da un'angolatura inusuale, di vedere con occhi diversi quello che ti capita sotto gli occhi tutti i giorni. Le storie periferiche, marginali del 'filosofo' baraccato, del salvatore di palme, dell'infermiere, del nobile di borgata, dell'anguillaro, delle prostitute vecchie e in disarmo, sembrano ammiccare a un gusto un po' facilotto di realismo brodoso, una roba che sarebbe fin troppo facile appaiare per contrasto al mosaico crasso e bizantino della Roma di Sorrentino in La grande bellezza. Ma non è così; questo è tutt'altro che un documentario, pur essendolo, non ha nulla di realismo come genere cui riferirsi, pur potendosi iscrivere lì dentro a buon diritto. C'è un sapore di astrazione fortissimo, di trasfigurazione del reale, quel reale 'vero', in presa diretta, diventa parabola di altro. Così nel finale, quando scopriamo l'umanità densa dell'infermiere (una scena di una potenza emotiva senza commento) e del 'filosofo' e dell'amatore di palme (il 'personaggio' più forte fra tutti), tutti lavorano verso una dimensione di carità umana, nella sua accezione etimologica pre-cristiana: di tenere in serbo come cosa cara qualcosa dall'abbrutimento circostante, dal logorio della vita e del tempo, qualcosa che non tutti sanno e possono vedere. E altre sequenze fanno della cronaca del reale concreto l'epifania dell'astrazione: la meravigliosa nevicata su Prima Porta (uno dei cimiteri di Roma) o sulle fosse dove si interranno le bare scoperchiate, richiama magari il finale dei joyciani "Morti" ma con una potenza che non ha bisogno di commento. In ultimo; l'aver vinto il Festival di Venezia ha scatenato polemiche (Pupi Avati ha detto che un documentario non può vincere a Venezia, un'opera dunque di non fiction). Ma questo non è un documentario; questo diventa più fiction di una fiction vera, nella sua audacia sperimentativa sorpassa il confine di genere, e entra in un territorio altro, limitaneo, di sconfinamento dove ciò che governa è l'immagine. D'altronde l'immagine come la parola quando vengono sedimentati per essere trasmessi, messi in ordine, codificati e fissati stabilmente, cessano la loro funzione di veicolo comunicativo e diventano altro. Che lo si sappia o no, quella non è più realtà da documetare. E' altro.

Poscritto: un'opera come questa, coraggiosa, non gradevole, non commerciale, vince a Venezia. Chissà se mai nella letteratura capiterà che qualche premio (editorial)letterario abbia la stessa sfrontatezza.

domenica 26 maggio 2013

"La grande bellezza" di Sorrentino

Sono andato a vedere questo film avendo letto una stroncatura, tutto sommato ingenerosa. Il film a me è piaciuto; intendiamoci non m'ha entusiasmato ma è un film nel complesso riuscito. Di certo va intesa la sua cifra stilistica, che è dichiaratamente barocca: intesa come eccesso di cose, assemblate non sempre e credo volutamente à merveille, nel sottinteso didascalisco di molte scene, nel diluirsi temporale di azioni che di certo concetrate avrebbero avuto valore di efficacia maggiore ma non sarebbero state quello che dovevano essere. Servillo anche qui dà una prova straordinaria nei panni di uno scrittore dandy e cinico in disarmo da anni, circondato da una pletora di spiumati borghesi e sottoproletari, da donne svaporate e nevrotiche. La Roma che appare è di certo tutta nell'interno di una ricchezza crassa e vigliacca, una Roma da cartolina, con uno splendore bizantino, decadente. Alcune soluzioni, pur in una fotografia più che onorevole, sono scadenti: i fenicotteri rosa al computer sul balcone di Gambardella sono davvero orrendi, come la giraffa alle terme (credo) di Caracalla la si poteva risparmiare. Altre scene invece nel loro essere smaccatamente allegoriche riescono bene; vedi la passeggiata notturna di Servillo-Ferilli con il 'custode della bellezza', quel guardiano delle chiavi che li fa entrare nei più bei palazzi e musei di Roma (veramente riuscito il notturno ai capitolini, la nuda silenziosa bellezza eterna dell'arte). Il finale, poi, è dei più consueti, ma alla fin fine è quello che poteva e doveva essere; il ritorno di Gambardella alle origini della sua giovinezza incontaminata. Un po' fiacco, di comodo, così come la visita alla coppia semplice dalla vita 'bella', di un vedovo che rivela a Gambardella che la moglie da quell'amore giovanile al faro per lui non si è più ripresa; "ma che belle persone che siete" è una frase elementare, che dice tutto, può apparire scontata ma è il giusto commento a quello che Gambardella in quel momento prova. In sintesi: un film barocco, senza rigore e regola, smodato, con eccesso di apparato e magnificenza di arredi (i continui cambi di scena e piani sequenza), ma è una fotografia adeguata di molta parte di questi anni. Barocchi, eccessivi, sregolati, informi, diluiti, fiacchi, scontati; diciamo pure noiosi.

venerdì 25 gennaio 2013

The Master





C'è una sequenza, verso l'inizio, dove Phoenix scappa per scale, corridoi e gallerie buie da un branco di orientali incazzati, si infila in un portone e scappa in un campo. La telecamera lo segue alle spalle mentre si infila tra i battenti. Phoenix corre fuori, nella luce grigia, mentre l'inquadratura avanza lentamente nella fessura, scoprendo a poco a poco il campo al di là, affogando lo spettatore nella nebbia azzurrina di un terreno brullo, arato di fresco. (Si intravede anche nel trailer, verso 2.15). Phoenix corre, lo spettatore lo vede in lontananza e affoga nel biancazzurro. E' uno stacco magistrale, ed è da cose come questa che si comprende la grandezza del cinema di P.T. Anderson: pensiero, densità e, per prima cosa, amore per l'immagine (soprattutto qui e ne Il Petroliere, meno in film precedenti e più corali come Magnolia o Boogie Nights). C'è un'ottima direzione della fotografia, è vero, ma è la mano del regista ad avere il peso determinante nel dare uniformità e peso al tutto.
In questo senso ne parlo qui. Perché ci vedo molto di letterario nella realizzazione di un film del genere.

giovedì 1 novembre 2012

L'amour (ou l'extrémité de la mort)



Ci sono film coraggiosi. Questo lo è. Ci sono film che risultano fastidiosi. Questo lo è. Noiosi. Anche. Sgradevoli, pure. D'altronde accoppiare la vecchiaia, la messa in scena di un corpo decrepito, consumato dall'età (il bagno della povera Anne oramai invalida, il cambio dei pannoloni ecc.) con la malattia degenerativa (l'ictus che prima la paralizza, poi la spoglia di qualsiasi dignità d'esistenza) è un atto sommamente impudico, sfacciato. La lentezza, tutta francese, del narrato, l'assenza di qualsivoglia orpello di supporto (musica, pur trattandosi di due musicisti in pensione), la claustrofobia di un logoro interno parigino, l'insistita ripetizione delle gestualità infermieristiche del marito Georges hanno un che di offensivo pur nella grazia accennata con cui vengono dipinti. Nessun moralismo nostalgico (due vecchi che sul punto di dividersi si raccontano ad esempio, scelta scontata e quindi accuratamente evitata). Così la scena clou, quella in cui Georges all'ennesima lamentazione autistica della moglie ("male, male") prima la carezza addolcendo la sua sofferenza con un racconto della sua infanzia e poi la soffoca con il cuscino, è l'atto di massimo amore, cui segue il suo suicidio (lasciato all'immaginazione) perché ovviamente non viene evocato sulla scena. Il collimare amore-morte è così un cerchio saldato dall'azione, non da parole vuote o da sterili riflessioni poetiche o teoretiche. La fine di una vita, il rispetto della dignità della vita stessa nel momento in cui si assegna dignità anche alla morte, a una morte rispettosa di quella dignità, ripropone il tema sulla 'giusta morte' (più che sulla 'buona morte') con una penetrante, chirurgica esattezza. Priva di clamore, di urla, di sbraiti. Ma nella precisa, scandalosa rappresentazione di una vita al suo termine, colta nella sua massima vulnerabilità e solitudine, che nulla pretende se non la conservazione di un rispetto, la possibilità di vivere anche l'estremità della morte attraverso l'estremità dell'amore; di un gesto carico d'amore verso se stessi, prima di tutto, e verso chi si è amato.

martedì 30 ottobre 2012

Artistica morte di un matematico



Vent'anni fa usciva l'opera prima di un poco più che trentenne Martone. Il film è una gemma perfetta, nitido e tagliente. Grazie soprattutto alla sublimità inarrivabile di Cecchi, più ispirato che mai. E grazie anche, chissà, al tocco di-vino che lo animò sul set (e lo caratterizza nella vita di tutti i giorni, come è noto). Quando incontrai nel '99 Martone, all'epoca direttore artistico del Teatro Argentina, che invitò me e altri 39 fra attori, registi ecc. a un seminario di una settimana tenuto al 'Teatro dell'Angelo', ci raccontò il 'dietro le quinte' del film. Cecchi, in virtù del ruolo del geniale Cacciopoli tormentato nei suoi ultimi anni da un alcolismo devastante e un nichilismo autodistruttivo, si presentava sul set spesso assai alticcio. Una sequenza fu paradossale; recitava la scena in una mescita di vini con il prete-assistente e una ostessa, una donna dei bassi, una non attrice. Cecchi proprio non gliela faceva a portare a compimento la posa e alla fine la donna, esasperata, esordì in dialetto: " Se chest è fa' o cinema è mejo 'i a fatica' " - " Se questo è il cinema, è meglio andare a lavorare". Cecchi si ridestò e portò a compimento la sequenza. Oltre la straordinarietà dell'interpretazione del protagonista (fra gli altri c'è anche Servillo, amico storico di Martone dai tempi di 'Teatri uniti') uno degli aspetti più suggestivi è il disegno della Napoli anni cinquanta. Una città notturna, budellosa, intestinale, piena di una vita brulicante e carica di sofferenza e martirio. Proprio lei, la città più viva al mondo proprio perché più martoriata. Consigliato a chiunque non l'abbia visto.

mercoledì 24 ottobre 2012

Reality



Nella prima parte ha un che di sociologico; come a dire, la solita Campania stracciona e cafonella, caciarona e monnezzara. Poi quando si innesca il punto focale della trama - il disgraziato pescatore Luciano s'ammala di illusione da reality - il tutto acquista una sfumatura surreale, godibile. Un "Truman Show" ribaltato con il protagonista che entra in un gorgo donchisciottesco convincendosi sempre più che quelli della 'casa' lo stiamo spiando per dargli l'ultima chance d'ingresso. E così entra in un intreccio vizioso, s'ammala sempre più e quando pare essersi disintossicato del tutto compie il gesto finale, di rottura estrema: penetra di notte nella casa per farsi la sua solitaria e goduriosa promenade, mettere il piede dentro un sogno di riscatto, toccarlo, viverlo anche lui. In sé la cosa che intriga di più non è il soggetto né la sceneggiatura né tanto meno l'ambientazione smaccatamente prevedibile. E' il tono complessivo a interessare di più. Come a dire: un ritmo lento e silenzioso, poco o niente bozzettismo caricaturale (per fortuna!), una specie di minimalismo (perdonate l'orrendo vocabolo, ma è sintetico) nelle inquadrature, una fotografia essenziale, un privilegiare anzi le inquadrature dall'alto o panoramiche che danno l'idea di questo incombere dall'alto e il 'basso', ciò che sta da basso è sottintesa farsaccia (così il presepio del caseggiato orrendo dove vivono i personaggi è fantasia alienata, realtà deforme che mette in gabbie inconsapevoli i suoi abitanti). Al centro di questo ben s'adatta la nitida, pulitissima, a tratti piena di levità e grazia, interpretazione del protagonista: Aniello Arena, uno dei migliori attori di Armando Punzo, ancora oggi detenuto nel carcere di Volterra. E' minimo anche lui; ma la sua maschera è carica di senso e di sensi. In certi passaggi registra lo spavento sublime, tossico dei sogni che divorano le anime lasciate sole a se stesse, a consumarsi nei loro amori segreti. Uno spavento infantile, leggero, che tocca i posseduti di qualsivoglia specie e che non riescono a risvegliarsi; non sanno, non vogliono. La pittura di un piccolo uomo carico di ardore sincero dentro un mondo intriso di confusione e stordimento, che di lui non si accorge. La sua liberatoria risata nel finale ha un sapore disarmante e disperato; qualcosa che non è patetismo, anzi, è tragedia pura. Perché lascia solo chi sogna e non gli può né potrà mai fornire riscatto.

martedì 11 settembre 2012

Bella addormentata, bel segnale


Serata civica e d'arte ieri al cinema Anteo di Milano. Prima un dibattito, presente Marco Bellocchio introdotto dagli assessori alla cultura e alle politiche sociali, che hanno aggiornato lo status della proposta di legge comunale sul registro fine vita, e poi la proiezione del film. Bellocchio ha saputo in due ore, intense, senza una sbavatura, condensare una delle pagine più nere, tristi della storia repubblicana di questo Paese, che si consumarono nel febbraio di tre anni e mezzo fa. Senza concessioni retoriche, senza partigianerie fegatose, ha ritratto le pulsioni e le isterie che si animarono in quei giorni, le opposte posizioni. Nel centro, in virtù di due mostri sacri, che da soli potrebbero fare il film, il secondo anche senza bisogno di parola, come Tony Servillo e Roberto Herlizka, le smanie, le piccinerie di una classe politica, che quando non riesce a non essere corrotta e incapace, non può fare a meno di essere ipocrita, pervertita e bacchettona, asservita alle voglie di consenso elettorale, disposta per questo a fare a pezzi la dignità delle persone e con loro i fondamenti repubblicani e laici della nostra costituzione. Spicca la sapiente, febbrile resa di Maya Sansa, giovane tossica davanti a un Piergiorgio Bellocchio medico taciturno ma determinato. Immagini nitide, scolpite, un uso saggio degli specchi nella casa della diva fattasi santa al capezzale della 'bella addormentata', che è Isabelle Hupert. Veri gioielli il discorso senza spettatori del senatore Tony Servillo e la grottesca sauna dove Herlizka-psicologo dispensa perle sulla condizione dei nostri politici con un tocco di leggerezza possente, un sorriso e una intensità talmente profondi che pare di averlo davanti a teatro e non carcerato dentro una pellicola. Poco prima dell'inizio della proiezione, tra l'altro, l'assessore alla cultura ha comunicato che alcuni minuti prima Bellocchio aveva ricevuto una telefonata di congratulazioni da parte di Napolitano, all'epoca strapazzato da molti politici per la sua condotta. Che altro dire: "Bella addormentata" è davvero un bel segnale. Di cinema, certo, ma non solo.

domenica 1 aprile 2012

Una strage, nessun romanzo.



Signore e signori, vi scrivo per avvisarvi che se avete intenzione nei prossimi giorni di andare al cinema per sorbirvi il film illustrato qui sopra, magari convinti di adempiere a un dovere civico, bene, siete caldamente invitati a non farlo.
Se volete possiamo parlarne qua sotto.

mercoledì 7 marzo 2012

Galeotta fu Rebibbia...



A proposito di incandescenza (cinematografica). Sono appena tornato dall'Arlecchino, unico cinema meneghino a dare Cesare deve morire. Non amo granché il cinema né lo frequento, di carcerati recitanti esperienze in passato ce ne sono state molte (ricordo alcune cose del carcere di Volterra), ma qui è davvero....non so, vorrei dire potente, ma gli aggettivi servono a poco. Anche sporco, luminosamente sporco, il gioco del dentro-fuori, realtà-finzione, la petrarchesca grazia dei dialetti, la metanarrazione, l'assenza di qualsiasi sbavatura neorealista (pur nel bianco e nero citazionista) e soprattutto, dio, soprattutto certi attori. Avevano quella leggerezza che un attore raggiunge, se la raggiunge, solo recitando assai e vivendo assai, loro l'avevano senza impaccio. Quali attori in gattabuia. Quanti a piede libero. Purtroppo.

martedì 28 febbraio 2012

Un lusso necessario

Scusate la stupidaggine: mi permetto di proporvi il corto d'animazione fresco vincitore dell'oscar. Non ci occupiamo ancora di cinema, non direttamente almeno, ma quando il cinema parla di letteratura (o meglio, qui si tratta di lettura) vale la pena buttarci un occhio.
Che l'Accademy abbia deciso di premiare questo corto e non gli altri è probabilmente per ragioni essenzialmente tecniche; tuttavia è interessante constatare come il tema della lettura tenga banco anche a Hollywood. Qui l'idea suggerita, certo in modo ingenuo e cioccolatinoso, ma efficace, è la necessità della letteratura alla vita, che passa dal bianco e nero al colore al contatto con un libro.
Stupidino, no? Eppure funziona. E non solo con i bambini.