Sensibile ai linguaggi e alle loro retoriche, mi trovo d'accordo con questo post, che vi invito a leggere.
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giovedì 5 dicembre 2013
Banalità di pensiero
Sensibile ai linguaggi e alle loro retoriche, mi trovo d'accordo con questo post, che vi invito a leggere.
lunedì 11 novembre 2013
mercoledì 30 ottobre 2013
San Giuda apostolo (non meteorologico)
Una lettura molto suggestiva dell'ultima performance di Cattelan.
lunedì 7 ottobre 2013
sabato 5 ottobre 2013
Wallace and I
Allora: David Foster Wallace.
Di lui non ho mai letto niente per almeno due motivi.
Primo: ha la facies troppo, ma davvero troppo, da statunitense.
Secondo: siccome pare che non si possa nominarlo senza giustapporgli l'aggettivo geniale (o il sostantivo genio), aggettivo e sostantivo che io applico a Omero, Dante, Cervantes, Shakespeare, Dostoesvkij e pochi altri, non ho mai letto Wallace per evitargli paragoni impietosi.
Ma in questi ultimi giorni, per diversi motivi, il suo nome mi sta rimbalzando di continuo contro.
Per cui, siccome ricordo che tra i redattori (Edo?) e tra gli amici di Atelier ci sono alcuni estimatori di DFW, vi domando: vi va di estirpare questo mio turpe preconcetto, e per esempio di consigliarmi un suo testo (possibilmente inferiore alle milleduecento pagine) per iniziare?
Vado a vedere a che punto è la zuccherina del vino vendemmiato da poco, e torno.
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venerdì 13 settembre 2013
Dopo Masterpiece
...melt-a-plot....(che comunque mi pare abbia qualche senso maggiore, quanto meno nella natura ludico-collegiale)
mercoledì 28 agosto 2013
VISITA GUIDATA - Dialoghetto satirico su (certa) arte contemporanea
Personaggi
G. - Guida
B. - Bambino di 12 anni
Dir. - Direttore della mostra
* * *
G.: e queste sono le opere della nostra
attuale mostra temporanea...
B.: cosa vuol dire mostra temporanea?
G.: che è qui solo per poco tempo...
B.: e le bottiglie poi le buttano?
G.: (sorpreso) quali bottiglie?
B.: quelle lì tutte tagliuzzate...
G.: quelle?
B.: sì, quelle!
G.: bottiglie? Tagliuzzate? Quelle sono
opere!
B.: opere - cosa vuol dire?
G.: vuol dire che sono in mostra
B.: come fosse arte?
G.: bambino! Quella E' arte!
B.: allora ha un certo valore...
G.: Ma certo! Vedo che cominci a
capire...
B.: e che valore può avere
quell'opera, per esempio?
G.: quella? Direi sui 20.000 euro.
B. 20.000 euro?
G. 20.000 euro, confermo; e forse anche
qualcosina di più.
B.: scusi, ma perché se io la compro
al bar una bottiglia d'acqua costa 1.50, al massimo 2 euro, mentre
quella bottiglia tagliuzzata e colorata di rosso ne costa 20.000, di
euro?
G.: non puoi capire, sei ancora un
bambino...
B.: ma io voglio capire!
G.: capirai quando sarai grande!
B.: ma è proprio per questo che voglio
capire ADESSO!
G. si rivolge
sottovoce al direttore permanente della mostra temporanea che sta
ascoltando il dialogo nascosto dietro a un'opera d'arte che ha
tutta l'apparenza di una tenda di plastica (del tipo di quelle che
si usano per le docce, con sopra motivi marini, marinareschi e
subacquei) ma, ovviamente, non lo è.
G.: che faccio?
Dir.: prenda tempo che penso al da
farsi.
G.: d'accordo. Vedi bambino...
B.: non sono un bambino!
G. vabbé – ragazzo?
B.: ragazzo va meglio
G.: senti ragazzo noi qui si lavora da
mattina a sera, sai?
B.: con le bottiglie?
G.: certo che no. Ci sono anche altre
opere...
B.: come quelle conchiglie giganti di
plastica che si vedono in giro?
G.: bravo!
B.: e perché le avete messe?
G.: anche questo lo capirai quando
sarai grande...
B.: ma le avete messe dappertutto...
G.: è arte che vuole parlare a tutti!
B.: sì, ma se io riempio la mia casa e
poi il cortile mio e quello del mio vicino e poi quello della scuola
e poi quello della casa del direttore e così via di tutti i miei
disegni e trovo il modo di appenderli così che nessuno riesca più a
staccarli dal muro, dopo un po' tutti non vedranno l'ora di
sbarazzarsi dei miei disegni e mi giudicheranno un prepotente.
G.: (preoccupato, al direttore) che
faccio? Qui la situazione precipita!
Dir.: sto pensando, non mi faccia
fretta!
G.: vedi ragazzo, il nostro artista sa
quello che fa; ha ricevuto riconoscimenti...
B.: dalla nettezza urbana?
G.: dalla nettezza urb... Ma cosa mi
fai dire! Dalla sovrintendenza dell'intendenza della sovrana
intenditrice!
B.: ah! Ed è una cosa importante?
G.: la più importante che ci sia!
B.: allora perché non chiama l'artista
in persona e mi fa spiegare da lui che cosa vuol dire quella
bottiglia da 20.000 euro?
G.: il nostro artista non può parlare
ai bambini, non ha tempo. Ma fa un programma televisivo al
pomeriggio, proprio dedicato ai ragazzi, dove spiega tutte queste
cose..
B.: io la televisione non ce l'ho...
G.: ma puoi venire a vederla qui da
noi!
Dir.(da dietro la tenda, sottovoce):
Bravo! bel colpo!
G.(sottovoce): grazie - ma si sbrighi,
questo è tremendo!
Dir.: moderi il tono. Io sono il suo
direttore!
B.: con chi sta parlando?
G.: no niente - stavo dando alcune
istruzioni all'addetto alle pulizie che sta lavorando lì dietro
Dir. (sottovoce) Addetto alle pulizie?
Dopo facciamo i conti..
B.: ah – beh, allora io vado...
G. (sollevato): oh mi dispiace,
addio...
B.: ...vado a dire al papà di farsi
restituire i soldi del biglietto; mio papà mi ascolta e si farà
sentire anche dal preside...
G.: perché?
B.: ci avete invitato – me e la mia
classe – alla visita guidata di questa mostra, e a una mia precisa
domanda lei ha risposto che sono troppo piccolo per capire...
G.: oddio-ddio-ddio!
Dir (da dietro la tenda): ci sono!
Venga qui un momento che le spiego...
G.: puoi scusarmi un momento? Vado un
attimino a sistemare quell'opera, qualcuno deve averla toccata...
B.: la tenda della doccia?
G.: sì; cioè no – quella è
un'opera d'arte, s'intitola “concetto marino”... (va dietro la
tenda, dal direttore)
finalmente – allora?
Dir.: quel ragazzino arrogante si
merita una lezione. Sa come facevano una volta? Lo si legge anche nel
Pinocchio, possiamo dire di avere ascendenze nobili...
G.: ascendenze nobili? Che vuol dire?
Dir.: La vede quella bottiglia vuota di
fianco all'opera?
G (con trattenuta indignazione): signor
Direttore guardi che quella bottiglia vuota, come dice lei, fa
parte dell'opera...
Dir.: Ah sì? Beh, meglio così,
l'effetto sarà più pedagogico, diciamo. Dunque, lei prende la
bottiglia...
G.: sì...
Dir. La riempie di sabbia
G.: si-i?
Dir.: e ci friziona le spalle e la
schiena del ragazzo!
G.: ah, la pedagogia contemporanea...
Ma poi se ne accorgeranno!
Dir.: scherza? A differenza del
bastone, la bottiglia di plastica piena di sabbia non lascia segni e
fa più male!
G.: ma il ragazzino parlerà...
Dir.: diremo che si è inventato
tutto... Il nostro prestigio è più forte delle lamentele di un
ragazzino
G.: sa che a pensarci un attimino la
sua proposta è interessante? Lei, in pratica, mi sta chiedendo di
fare una specie di performance...
Dir.: bravo! Vedo che lei è
aggiornato. Una performance sul senso e sui metodi – ormai
necessari - della pedagogia dell'arte oggidì.
G.: mi piace. Vado a procurarmi la
sabbia.
Dir.: bravo! E vista la sua prontezza
le darò anche la possibilità di scriverci sopra un saggio che verrà
pubblicato nel prossimo catalogo. Anzi, le do già il titolo: “La
meta-creazione: dall'opera d'arte all'arte in azione”. Le piace?
G.: tantissimo! E il ragazzo? La
smetterà, poi?
Dir.: smetterà, smetterà. E se anche
non dovesse smettere subito lei consideri una cosa: prima o poi
diventerà GRANDE.
lunedì 26 agosto 2013
martedì 30 luglio 2013
venerdì 14 giugno 2013
Flatus vocis
Nei
teatri d'oggidì e in tutte le situazioni pubbliche di
rappresentazione (o presentazione, o oralità) quello che la parola
ha perso in eloquenza ha guadagnato in amplificazione.
L'amplificazione
microfonica delle voci è l'urlo del non significato, che però si immagina nel pieno della significanza. A chi
sappia ascoltare, quelle voci monumentali e insieme casalinghe, dove
il titanismo del risultato coincide con la remissività psicologica,
esistenziale e politica di voci da tinello, che riescono a saturare
lo spazio, a non lasciare la benché minima possibilità
all'acusitica naturale di manifestarsi plasticamente, inviano una
disperata richiesta d'aiuto: della parola contro il limite
dell'insensibilità contemporanea. Possiamo immaginarcela come la
lotta della parola contro il muro del suono; si sente che la parola
sta per fuoriuscire, si intuisce la crepatura nell'amplificazione. Da
quelle crepe potrebbe fuoriuscire il suono inarticolato delle mucose
e della lingua e degli inghiottimenti e della saliva che si impasta:
sarebbe già un annuncio di parola, o quantomeno la negazione della Non Parola dell'Amplificazione. A un certo livello di decibel ogni
voce è totalmente altra da sé, tuttavia questa alterità rimane una
possibilità non realizzata, quasi una nostaglia dell'ascoltatore,
non si traduce in una realtà fattuale. Le voci casalinghe, oltre una
certa soglia di decibel, si trasfigurano, ma tendono
irrimediabilmente alla voce colonizzata dell'industria dello
spettacolo: tutte le voci potenziate dal microfono tendono alla voce
colonizzata della televisione, alla vocalità “superamericana”
(dimensione imperialistica che penetra ogni cellula dell'immaginario
contemporaneo). Se la parola rompesse il muro del suono non
coglieremmo alcun “bang”; ma un silenzio che preparara la
rinascita.
Il
muro del suono viene rotto ogniqualvolta la voce rimane sola,
coraggiosa zattera in mezzo alla tempesta. Quando la voce ha questo
coraggio, la parola riprende forza. E' il coraggio della fragilità.
Chi si ricorda che San Francesco concionò nella Piazza Maggiore di
Bologna davanti a migliaia di persone? La forza della voce è la
forza della parola dimenticata; e la forza della parola è la forza
della voce quando accetta la propria fragilità e rifiuta
l'amplificazione.
E' un
rischio mortale per chi si fa strumento della voce. Perchè, come
accadde a Zarathustra quando giunse al mercato e si rivolse agli
uomini con la sua bruciante parola, e a voce nuda, il rischio è
l'incomprensione e la derisione.
giovedì 6 giugno 2013
Nemesi
Ieri.
Passo nella mia libreria preferita, Falso Demetrio, a ritirare due cose: il secondo numero di Costola, una rivista che mi pare interessante; e, su antico suggerimento dell'amica Giovanna Piazza, "Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nikolaj Leskov" di Walter Benjamin.
Mentre chiacchiero con Ilaria, la libraia, prendo in mano la rivista, sbircio la copertina, sorrido, la infilo nel borsello; poi prendo in mano il libro di Benjamin. Sbircio la copertina. Sotto il titolo leggo: "Note e commento di Alessandro Baricco".
Ho un qualcosa tra il brivido e il sussulto.
Volto il libro. Ho un qualcosa tra il sussulto e la doglia. In quarta di copertina c'è una nota di A. B. che recita: "Il lascito di un profeta, e a tratti la consegna di un amuleto, e in definitiva il regalo di un segreto".
Pago, nascondo il libro nel borsello, esco dalla libreria, mi infilo nel primo bar, ordino un Negroni.
domenica 12 maggio 2013
Paperelle
Ho letto anch'io, come il novanta per cento dell'umanità, "Open" di Andre Agassi.
Un libro divertente e ben scritto: non dal tennista ma, come si legge nei ringraziamenti, da J. R. Moehringer.
Dopo due letture-studio assai faticose, avevo voglia di un buon romanzo d'intrattenimento. Mi torna alla mente Moehringer, e scopro che in Italia è appena stato tradotto il suo secondo romanzo, "Pieno giorno".
Saltabecco in rete per cercare qualche notizia sul romanzo, e mi imbatto nella copertina.
Sulla quale campeggia lo strillo, a firma di Alessandro Baricco, che voi stessi potete leggere:
Da allora, non riesco a levarmi dalla testa l'immagine di un sicario (me lo figuro come il Jean Reno di "Leon") che prima sopprime Baricco, poi tutta la casa editrice Piemme, quindi vola negli Stati Uniti, individua l'abitazione di J. R., forza la serratura, lo sorprende nella vasca da bagno, avanza, infila la mano nella tasca interna del soprabito, J. R. si accartoccia in trenta centimetri di vasca, fa il gesto ingenuo di proteggersi i genitali, il sicario estrae una copia dell'edizione italiana di "Pieno giorno", gliela mostra, gli indica lo strillo di Baricco, J. R. giura di essere all'oscuro di tutto, il sicario gli ordina di aprire la bocca, strappa la copertina del romanzo, gliela fa ingoiare, la copertina è indigeribile, J. R. soffoca all'istante, il sicario scompare senza lasciare traccia di sè.
Due paperelle di gomma, ignare di tutto come solo le paperelle di gomma sanno essere, si osservano al centro della vasca di J. R.
giovedì 11 aprile 2013
Morte dell'arte contemporanea?
Una
donna
addormentata in una teca. La teca esposta all'ingresso di un grande
museo di arte contemporanea americano (il Moma di New York). La donna
è un'attrice di cinema piuttosto famosa. La gente fa la fila per
vederla. Il critico di un giornale nazionale italiano polemizza:
morte dell'arte contemporanea. Avevo visto una cosa simile una
ventina di anni fa al Link di Bologna (forse il primo spazio italiano di pura archeologia industriale dove si innestavano sperimentazioni d'arte
concettuale, performance e musica nell'idea fondativa di una comunità
trasversale e digitale all'alba dell'era di Internet): un ragazzo
efebico, bellissimo, nudo, dentro a una teca, dormiva (faceva finta
di), e nella teca, insieme a lui, zampettanti o striscianti lungo e
accanto al giovane corpo, larve, scarafaggi, cavallette, vermi,
ragni, biscie, lucertole. La teca era sistemata in mezzo a una stanza
in penombra mentre, intorno, alcuni monitor televisivi mandavano le
immagini delle ripetute operazioni di plastica facciale cui
un'artista all'epoca famosa amava sottoporsi come forma estrema di
body art. Ora, aldilà della reazione, epidermica o profonda di
ciascuno (per me: repulsione e fascinazione ambiguamente mescolati),
quella cosa dava un'idea di grandezza, di rischio, di messa in gioco
totale, che è, alla fine, quello che si chiede all'artista: fare
arte sulla propria pelle. So che la mia suonerà come un'affermazione provocatoria: ma come negare che una buona parte del fascino
che emanano Van Gogh e Rimbaud provenga dalla performance di body
art ante-litteram del primo quando si taglia l'orecchio, e dalla
pistolettata a Verlaine o, in generale, dallo stravolgimento di tutti
i sensi praticato e teorizzato dal secondo? Un'artista esplora i
limiti. Ecco, allora, l'insopportabile sapore di mistificazione
ipocrita di fronte a un'operazione come quella del Moma: al posto
della grandezza nessun rischio, nessun coraggio, bassa furberia
commerciale, senso distorto del gioco, strategia di marketing che si
mangia il progetto artistico, equivoco ammiccamento al gusto mainstream
scambiato per citazionismo della cultura pop, e altro ancora. Del
resto, è quello che vedo in molta dell'arte contemporanea nella
quale m'imbatto. Dell'artista coraggioso e provocatorio rimane una
penosa parvenza: dalle opere s'intravede l'accorto amministratore di
se stesso, della propria immagine, il tour operator del proprio mondo
autoreferenziale. Il sentimento della realtà sparisce sotto la
coltre del concetto e il concetto è già sparito da tempo sotto la
cappa dell'autoesibizione o dell'intenzione allo stato puro. Ci
vorrebbero artisti che si immolano.
(pubblicato sul periodico Ecorisveglio)
sabato 6 aprile 2013
Fare le fusa (o fare le feci)?
(da tanto, tanto tempo mi piacerebbe poter leggere un giorno
un annuncio di tal fatta su un quotidiano,
un'affiche, una comunicazioncella qual sia sia)
Il giorno 28 di maggio alle ore 18.30 nella libreria "jime52aima"
si presenta il romanzo
"kfuem kdok dha dole"
di
W X Y
intervengono
Fffaldl Asllsl, Cdjeka4 Bldolapò e Gklsòlf5 Tkandòl
Non sarà presente l'autore. Se ne è capace, farà le veci l'opera sua.
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mercoledì 27 marzo 2013
Cultura e denaro, tanto denaro...
Un
quotidiano nazionale ha riportato recentemente la notizia della
condanna a 14 anni di carcere del professor Giuliano Soria, padre del
Premio Grinzane-Cavour. Trattandosi di un personaggio che si è
occupato di organizzazione culturale, leggere che gli è stata
inflitta una condanna così pesante per reati collegati (ma non solo)
alla sua professione colpisce e induce ad alcune riflessioni. Soria è
un signore che ha ampiamente “giocato” (uso un verbo soft) con i
soldi pubblici: in 4 anni e 7 mesi più di 19 milioni di euro
stanziati dalla sola Regione Piemonte “senza bisogno di
rendicontazione”. Di quei 19, 4 sono stati utilizzati per fini
personali (ristrutturazione di case prestigiose a Torino, Parigi,
Ospedaletti; spese “pazze” di vario genere). Già questo fatto
sbigottisce chi, affannandosi a organizzare iniziative culturali di
vario genere deve – e giustamente – fornire documentazione e
giustificazione anche per il caffè offerto il giorno dello
spettacolo all'artista ospite. All'epoca dell'arresto del professore
una delle domande che più si sentivano girare nell'aria poteva
essere formulata all'incirca così: “ma quanti Soria esistono di
cui non si sa nulla?”. Domanda stimolante, ma che dovrà rimanere
senza risposta, almeno qui, come senza risposta erano rimaste, per
anni, le prevedibili domande sui budget stellari del magnate del
premio piemontese, finché il suo domestico filippino, mai dichiarato
al fisco, maltrattato moralmente e sessualmente, costretto a turni di
lavoro di 16 ore, decise di rendere nota alla Polizia la propria
situazione. Ho avuto modo di organizzare un intrattenimento teatrale
per il Premio l'anno prima che scoppiasse il caso, e non posso
dimenticare tanto facilmente la mia delusione quando, nel bel mezzo
della ricca cena, deciso a provocare una reazione vera nell'uditorio,
piazzai lì, ben scandita, una frase di Mario Soldati - mica un
estremista rivoluzionario - dotata però di un certo qual
pungiglione: “e basta parlare di Cultura! Cultura sa di deretano.
Meglio usare la parola Civiltà!”. Un po' ingenuamente avevo
calcolato di suscitare quantomeno un silenzio imbarazzato, invece
scoppiò un applauso unanime; primo fra tutti Soria si distingueva
tra il folto del tavolame. All'uscita del ristorante fu sempre lui a
lanciarmi un “bravo!” prima di
scomparire.
La domanda sorge spontanea: a quale Civiltà appartiene Soria?
(pubblicato sul periodico Ecorisveglio)
mercoledì 13 marzo 2013
Premi (il)letterari. Seconda.
[le parti sottolineate, diciamo, le condivido, eccome]
INGE FELTRINELLI DÀ RAGIONE A TREVI “STREGA MAFIOSO”
Le polemiche dopo la denuncia dello scrittore a “Repubblica”
RAFFAELLA DE SANTIS
«Trevi
in parte ha ragione: il sistema di scelta dei candidati del Premio
Strega è un po’ mafioso. Servirebbe una giuria più fresca e
indipendente». La reazione più dura alle accuse che ieri ha lanciato su
Repubblica Emanuele Trevi contro il più importante premio letterario italiano arriva da Inge Feltrinelli che anche da Mosca tiene a far sentire la sua voce. Ieri lo scrittore ha annunciato di volersi sospendere da giurato per dire basta alle pressioni e alle strategie degli editori che «si muovono seguendo esclusivamente i principi del marketing» e in cui «molti giurati sono stipendiati dagli stessi editori che poi chiedono loro il voto». La signora dell’editoria italiana è diretta: «La Mondadori detta legge», dice, «lo Strega dovrebbe andare solo ad un libro di qualità, non essere assegnato per effetto di pressioni».
Per il resto, reazioni seccate, come quella di Tullio De Mauro, presidente del comitato direttivo del premio che taglia corto: «Trevi ci mandi una lettera di dimissioni e ne prenderemo atto. I grandi editori sono la meta ambita di qualsiasi scrittore e in genere hanno la possibilità di selezionare meglio i loro autori. Non so cosa voglia fare Trevi, non ho ricevuto nessuna comunicazione da parte sua». Più caustico Alessandro Barbero, dimessosi con un anno di anticipo dal comitato direttivo per sostenere il libro di Aldo Busi: «Andreotti diceva: ci sono due generi di matti, quelli che vogliono essere Napoleone e quelli che vogliono risanare il bilancio delle ferrovie. Poi c’è chi vuole cambiare lo Strega. Questo premio rispecchia il mondo letterario italiano. Non sono le regole a non funzionare, ma la società letteraria». Mentre Stefano Petrocchi, coordinatore esecutivo della Fondazione Bellonci, assicura che «il fatto che siano stati candidati libri di qualità come quello di Trevi, Piperno e Nesi è il segno che il marketing non è il solo criterio di scelta».
E gli editori? Che cosa pensano quelli che, secondo le accuse di Trevi, condizionerebbero il risultato mercanteggiando voti e tessendo strategie incrociate fatte di telefonate? Silenzio assoluto da Rizzoli e Mondadori. Parla invece Stefano Mauri, grande capo Gems, arrivata l’anno scorso proprio con Qualcosa di scritto di Trevi a due punti dalla vittoria: «Mi sembra che dei passi siano stati fatti. Il voto telematico favorisce un rapporto più diretto tra pubblico e giuria. Certo però che, per vedere attuata del tutto la meritocrazia allo Strega, forse dovranno passare altri cento anni». Pessimista Raffaello Avanzini: «I giochi di potere allo Strega vanno al di là di quanto si possa immaginare, ma il premio non può prescindere dai gruppi editoriali e la battaglia del singolo contro il sistema non porta a nulla».
Newton Compton tenterà di aggiudicarsi un posto nella rosa dei candidati con Ilaria Beltramme, La società segreta deglieretici. Ernesto Franco, direttore editoriale Einaudi e giurato, non sembra stupito: «Non tutto è riducibile al mercato. La casa editrice non è né una fondazione culturale, né una finanziaria. È un’organizzazione ibrida in cui l’aspetto culturale e quello economico si legano. La qualità di un libro viene fuori anche da questo intreccio». E i piccoli, quelli che dalla “Spectre” dei grandi gruppi potrebbero risultare schiacciati? Ginevra Bompiani, editrice nottetempo e giurata, invita a guardare oltre: «Molte delle cose dette da Trevi sono giuste e anche risapute. Non è lo Strega il male del nostro paese. È un premio di scuderia, certo, ma le cose gravi stanno altrove. È una goccia in uno stagno».
Della giuria dei 400 Amici della Domenica fanno parte anche molti scrittori. Di diritto vi entrano i vincitori. Antonio Pennacchi, arrivato primo nel 2010 con Canale Mussolini(Mondadori), racconta così la sua esperienza: «Oggi sono tra i giurati e quando mi telefonano spiego che voto come mi pare, punto e basta. D’altra parte ho partecipato al premio in un anno sfavorevole per la Mondadori. Quell’anno decisero di portare il mio libro perché pensavano di perdere e invece ho vinto. Grazie a Mondadori, certo, ma anche conquistandomi dei voti fuori dal gruppo». Le accuse di Trevi suonano invece familiari a Domenico Starnone, ma lo scrittore, primo nel 2001 con Via Gemito (Feltrinelli) non individua facili vie d’uscita: «Il premio si vince sulla base della capacità di imporre il libro da parte degli editori. È sostanzialmente una gara tra editori. Onestamente, anche se il mondo dell’editoria è una guerra fra bande, non credo sia possibile una giuria estranea agli interessi editoriali».
Qualcuno però ha detto no allo Strega. Michela Murgia, per esempio, non ha accettato di entrare tra gli Amici della Domenica: «Il gioco di relazioni che si crea non tiene conto del valore del libro. Per me sottostare alle telefonate e alle pressioni sarebbe stato un massacro». Nicola Lagioia è autore Einaudi, direttore della collana Nichel di minimum fax e anche giurato, come risponde a Trevi?: «Ho sempre disatteso le telefonate che mi venivano fatte e non mi è successo niente. Per riformare il premio basterebbe che ogni singolo giurato scegliesse di non essere cortigiano. Ma la cortigianeria appartiene purtroppo per tradizione all’intellettuale italiano». C’è da dire che in questi ultimi anni delle riforme sono state fatte, dall’aggiunta dei voti dei 60 lettori forti selezionati dalle librerie indipendenti, fino all’introduzione quest’anno del voto elettronico al posto di quello via fax. Ma lo Strega è un risiko che vive anche grazie alle polemiche.
Repubblica Emanuele Trevi contro il più importante premio letterario italiano arriva da Inge Feltrinelli che anche da Mosca tiene a far sentire la sua voce. Ieri lo scrittore ha annunciato di volersi sospendere da giurato per dire basta alle pressioni e alle strategie degli editori che «si muovono seguendo esclusivamente i principi del marketing» e in cui «molti giurati sono stipendiati dagli stessi editori che poi chiedono loro il voto». La signora dell’editoria italiana è diretta: «La Mondadori detta legge», dice, «lo Strega dovrebbe andare solo ad un libro di qualità, non essere assegnato per effetto di pressioni».
Per il resto, reazioni seccate, come quella di Tullio De Mauro, presidente del comitato direttivo del premio che taglia corto: «Trevi ci mandi una lettera di dimissioni e ne prenderemo atto. I grandi editori sono la meta ambita di qualsiasi scrittore e in genere hanno la possibilità di selezionare meglio i loro autori. Non so cosa voglia fare Trevi, non ho ricevuto nessuna comunicazione da parte sua». Più caustico Alessandro Barbero, dimessosi con un anno di anticipo dal comitato direttivo per sostenere il libro di Aldo Busi: «Andreotti diceva: ci sono due generi di matti, quelli che vogliono essere Napoleone e quelli che vogliono risanare il bilancio delle ferrovie. Poi c’è chi vuole cambiare lo Strega. Questo premio rispecchia il mondo letterario italiano. Non sono le regole a non funzionare, ma la società letteraria». Mentre Stefano Petrocchi, coordinatore esecutivo della Fondazione Bellonci, assicura che «il fatto che siano stati candidati libri di qualità come quello di Trevi, Piperno e Nesi è il segno che il marketing non è il solo criterio di scelta».
E gli editori? Che cosa pensano quelli che, secondo le accuse di Trevi, condizionerebbero il risultato mercanteggiando voti e tessendo strategie incrociate fatte di telefonate? Silenzio assoluto da Rizzoli e Mondadori. Parla invece Stefano Mauri, grande capo Gems, arrivata l’anno scorso proprio con Qualcosa di scritto di Trevi a due punti dalla vittoria: «Mi sembra che dei passi siano stati fatti. Il voto telematico favorisce un rapporto più diretto tra pubblico e giuria. Certo però che, per vedere attuata del tutto la meritocrazia allo Strega, forse dovranno passare altri cento anni». Pessimista Raffaello Avanzini: «I giochi di potere allo Strega vanno al di là di quanto si possa immaginare, ma il premio non può prescindere dai gruppi editoriali e la battaglia del singolo contro il sistema non porta a nulla».
Newton Compton tenterà di aggiudicarsi un posto nella rosa dei candidati con Ilaria Beltramme, La società segreta deglieretici. Ernesto Franco, direttore editoriale Einaudi e giurato, non sembra stupito: «Non tutto è riducibile al mercato. La casa editrice non è né una fondazione culturale, né una finanziaria. È un’organizzazione ibrida in cui l’aspetto culturale e quello economico si legano. La qualità di un libro viene fuori anche da questo intreccio». E i piccoli, quelli che dalla “Spectre” dei grandi gruppi potrebbero risultare schiacciati? Ginevra Bompiani, editrice nottetempo e giurata, invita a guardare oltre: «Molte delle cose dette da Trevi sono giuste e anche risapute. Non è lo Strega il male del nostro paese. È un premio di scuderia, certo, ma le cose gravi stanno altrove. È una goccia in uno stagno».
Della giuria dei 400 Amici della Domenica fanno parte anche molti scrittori. Di diritto vi entrano i vincitori. Antonio Pennacchi, arrivato primo nel 2010 con Canale Mussolini(Mondadori), racconta così la sua esperienza: «Oggi sono tra i giurati e quando mi telefonano spiego che voto come mi pare, punto e basta. D’altra parte ho partecipato al premio in un anno sfavorevole per la Mondadori. Quell’anno decisero di portare il mio libro perché pensavano di perdere e invece ho vinto. Grazie a Mondadori, certo, ma anche conquistandomi dei voti fuori dal gruppo». Le accuse di Trevi suonano invece familiari a Domenico Starnone, ma lo scrittore, primo nel 2001 con Via Gemito (Feltrinelli) non individua facili vie d’uscita: «Il premio si vince sulla base della capacità di imporre il libro da parte degli editori. È sostanzialmente una gara tra editori. Onestamente, anche se il mondo dell’editoria è una guerra fra bande, non credo sia possibile una giuria estranea agli interessi editoriali».
Qualcuno però ha detto no allo Strega. Michela Murgia, per esempio, non ha accettato di entrare tra gli Amici della Domenica: «Il gioco di relazioni che si crea non tiene conto del valore del libro. Per me sottostare alle telefonate e alle pressioni sarebbe stato un massacro». Nicola Lagioia è autore Einaudi, direttore della collana Nichel di minimum fax e anche giurato, come risponde a Trevi?: «Ho sempre disatteso le telefonate che mi venivano fatte e non mi è successo niente. Per riformare il premio basterebbe che ogni singolo giurato scegliesse di non essere cortigiano. Ma la cortigianeria appartiene purtroppo per tradizione all’intellettuale italiano». C’è da dire che in questi ultimi anni delle riforme sono state fatte, dall’aggiunta dei voti dei 60 lettori forti selezionati dalle librerie indipendenti, fino all’introduzione quest’anno del voto elettronico al posto di quello via fax. Ma lo Strega è un risiko che vive anche grazie alle polemiche.
martedì 12 marzo 2013
A proposito di premi (il)letterari...
[dalla Repubblica di oggi, intervista a E.Trevi ritiratosi dalla giuria dello Strega. Lascio a voi il commento; io ho detto (sempre) troppo]
| TREVI: “BASTA PRESSIONI LASCIO IL PREMIO STREGA” |
| Lo scrittore si autosospende da giurato in polemica con le case editrici RAFFAELLA DE SANTIS Lo superò, al termine di una serata combattutissima Inseparabili,il romanzo di Alessandro Piperno edito da Mondadori. Oggi, nei giorni in cui si vanno definendo le candidature ufficiali, lo scrittore, che dal 1994 fa parte della giuria dei 400 Amici della Domenica, decide di prendere le distanze. Come mai una decisione del genere proprio adesso, dopo tanti anni nella giuria? «Mi sembra il momento migliore. Non mi piace un premio in cui il candidato è stabilito dalle case editrici, che scelgono da sole i loro cavalli di battaglia, e in cui molti giurati sono stipendiati dagli stessi editori che poi gli chiedono il voto. Il criterio va ribaltato: sono i giurati che debbono battersi per i libri in cui credono». Lei però l’anno scorso ha partecipato con un suo libro. Non le sembra un po’ strano criticare solo adesso il premio? «No, queste cose le ho sempre dette, anche in passato. Vorrei un premio in cui possa finalmente vincere una casa editrice piccola come Quodlibet e un libro come quello di Paolo Albani,I mattoidi italiani. Allo Strega lavorano persone di grande intelligenza come Tullio De Mauro, Nora Alberti e Stefano Petrocchi, dunque mi rivolgo anche a loro: se non ora quando? È questa la fase giusta per attuare una rivoluzione». Cosa vorrebbe cambiare? «Prima di tutto ci vorrebbe una riqualificazione della giuria. Debbono essere i giurati a scegliere i libri e non le case editrici, che si muovono seguendo esclusivamente i principi del marketing. Lo Strega dovrebbe seguire l’esempio delle classifiche di Pordenonelegge, guidate da criteri di qualità e non di mercato. Inoltre bisognerebbe rinunciare al voto segreto, per escludere qualsiasi sospetto di pacchetti di voti già assegnati. Infine, come già ho anticipato, dovrebbero essere tagliati fuori dalla giuria gli stipendiati dagli editori. A quel punto le stesse case editrici potrebbero forse finalmente iniziare a lavorare alla luce del sole». Perché sfilarsi alla vigilia delle candidature? «L’anno scorso essendo in gara non ho votato, dunque la continuità si era già interrotta. Sono tra gli Amici della Domenica dal 1994, ero il più giovane giurato d’Italia. Durante tutti questi anni ho cercato di assolvere il mio compito con onestà, premiando i libri migliori. In realtà non mi sono mai sentito completamente a mio agio. Già in passato avrei voluto uscirne. Ero però molto legato a Anna Maria Rimoaldi, che riusciva ogni volta a trattenermi. Anche Cesare Garboli ha avuto su di me una grande influenza nello spingermi a rimanere. Ma adesso il fastidio è diventato non più tollerabile». Si riferisce alle telefonate per chiedere i voti? «Le telefonate sono pietose. Si arriva perfino alla maldicenza. Diciamo che le più innocenti sono quelle in cui ti dicono che il tuo voto è sprecato. Mi dà fastidio la maleducazione, nelle chiamate trapelano velate minacce». La scorsa edizione anche il suo editore avrà telefonato per chiedere voti in suo favore, non crede? «Sì, e ora ci si aspetta un risarcimento, perché chi ha partecipato in prima persona è naturale che abbia accumulato dei debiti. Per questo come ulteriore regola vieterei a chi ha concorso alla gara di far parte della giuria. E poi, mi creda, è umiliante anche per lo scrittore vincere con i voti che l’editore ha racimolato telefonando ». Può dirci però per chi avrebbe votato? «Avrei scelto il romanzo di Walter Siti, Resistere non serve a niente.Tifo Siti, ma non lo voterò. Non prendo parte a un premio malato, che non risponde a un criterio culturale di qualità. Lo Strega va sottratto alla logica del mercato e al mondo del potere, dal quale finché possibile voglio vivere al riparo. Desidero che le cose che faccio mi assomiglino. E poi le cose belle sono disinteressate». |
mercoledì 6 febbraio 2013
Stati Uniti versus Europa
Vedi alle volte le coincidenze: interessante analisi del rapporto fra letteratura statunitense e vecchia, vecchissima Europa negli ultimi tempi. Che il flusso-influsso stia finendo come mi dicevo (speravo) qualche post fa (29 gen.)?
giovedì 10 gennaio 2013
Direzioni
"Che belli i tuoi racconti! A quando un romanzo?"
Mentre il povero scrittore vorrebbe sentirsi dire: "Che belli i tuoi racconti! A quando un aforisma?"
Mentre il povero scrittore vorrebbe sentirsi dire: "Che belli i tuoi racconti! A quando un aforisma?"
venerdì 4 gennaio 2013
Intelligenza, attenzione, fede.
L'adesione dell'intelligenza non è mai dovuta a una cosa qualunque. Perché non è mai in alcun grado qualcosa di volontario. Soltanto l'attenzione è volontaria. Pertanto essa sola è materia di obbligo.
Quando si cerca di provocare in sé volontariamente un'adesione dell'intelligenza, ciò che avviene non è un'adesione dell'intelligenza, è suggestione. È a questo che si riduce il metodo di Pascal. Niente degrada maggiormente la fede. E prima o poi è inevitabile che si verifichi un fenomeno di compensazione sotto forma di dubbi e di "tentazioni contro la fede".
Niente più della falsa concezione di un obbligo dell'intelligenza ha contribuito a indebolire la fede e a diffondere l'incredulità. Ogni obbligo diverso dall'attenzione, imposto all'intelligenza nell'esercizio della sua funzione, soffoca l'anima. Tutta l'anima, e non soltanto l'intelligenza.
(da Simone Weil, Lettera a un religioso, Adelphi 2003).
[perché quei libri là, sotto Natale, li ho comprati davvero.]
Quando si cerca di provocare in sé volontariamente un'adesione dell'intelligenza, ciò che avviene non è un'adesione dell'intelligenza, è suggestione. È a questo che si riduce il metodo di Pascal. Niente degrada maggiormente la fede. E prima o poi è inevitabile che si verifichi un fenomeno di compensazione sotto forma di dubbi e di "tentazioni contro la fede".
Niente più della falsa concezione di un obbligo dell'intelligenza ha contribuito a indebolire la fede e a diffondere l'incredulità. Ogni obbligo diverso dall'attenzione, imposto all'intelligenza nell'esercizio della sua funzione, soffoca l'anima. Tutta l'anima, e non soltanto l'intelligenza.
(da Simone Weil, Lettera a un religioso, Adelphi 2003).
[perché quei libri là, sotto Natale, li ho comprati davvero.]
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