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domenica 10 novembre 2013

Rappresaglia


Per rappresaglia - dicono - uno si uccide, illudendosi di spegnere altri in sé o con sé.
Per rappresaglia anche, con intento analogo, si scrive. Esistono scrittori che unicamente a questo animo debbono la nascita dei loro libri. Ma occorre pure distinguere in tale ambito due gradi di rappresaglia.
Nel primo grado atti e vicende vengono trasferiti nel libro in odio ad alcuno, per rivalsa, speculando sul timore di chi si riconoscerà in quelle pagine e, soprattutto, vi si sentirà riconoscibile da parte di altri. Nel secondo grado lo spirito di rappresaglia non è che il movente immediato dello scrivere; ma per strada presto si trasforma in energia rappresentativa, agisce come un felice scatto della natura. Tutti e nessuno si riconosceranno nel risultato. Sarà la grande, la vera rappresaglia; senza più traccia, o quasi, del movente e del primo bersaglio.

(Vittorio Sereni, da "Gli immediati dintorni")

mercoledì 9 ottobre 2013

Gocce d'acqua nel mare


 "In verità, l'avvento di questa società di formiche è iniziato con le masse, le prime intrappolate nel reticolo delle razionalità livellatrici. Poi il flusso si è ingrossato e ha raggiunto i quadri che dominavano l'apparato, dirigenti e tecnici assorbiti nel sistema che gestivano, per sommergere infine le professioni liberali che sembravano protette, e le anime belle letterarie o artistiche. Nelle sue acque, scorrono e si disperdono le opere, isole un tempo affioranti, tramutate oggi in gocce d'acqua nel mare, o in metafore di una disseminazione del linguaggio che non ha più autore ma diviene il discorso o la citazione indefinita dell'altro."

Michel de Certeau, L'invenzione del quotidiano, p. 27

sabato 5 ottobre 2013

Wallace and I


Allora: David Foster Wallace.
Di lui non ho mai letto niente per almeno due motivi.
Primo: ha la facies troppo, ma davvero troppo, da statunitense.
Secondo: siccome pare che non si possa nominarlo senza giustapporgli l'aggettivo geniale (o il sostantivo genio), aggettivo e sostantivo che io applico a Omero, Dante, Cervantes, Shakespeare, Dostoesvkij e pochi altri, non ho mai letto Wallace per evitargli paragoni impietosi.
Ma in questi ultimi giorni, per diversi motivi, il suo nome mi sta rimbalzando di continuo contro.
Per cui, siccome ricordo che tra i redattori (Edo?) e tra gli amici di Atelier ci sono alcuni estimatori di DFW, vi domando: vi va di estirpare questo mio turpe preconcetto, e per esempio di consigliarmi un suo testo (possibilmente inferiore alle milleduecento pagine) per iniziare?

Vado a vedere a che punto è la zuccherina del vino vendemmiato da poco, e torno.


martedì 27 agosto 2013

Vero, finto

Nel mio condominio abita un anziano vedovo senza figli. Da un anno e più, non so perché, ha preso a cuore me e la mia compagna; ci regala marmellate, limoni, cioccolata. L'ho solo e sempre sentito al telefono; si muove da casa poco e non riceve nessuno. Al telefono mi racconta - è persona colta, legge, ascolta la radio tutta la notte - di cose un poco strabilianti; oggi per la prima volta è venuto a casa mia col suo pacchetto dono. Non si è fermato che pochi minuti; ancora cose strane racconta. Dubito che molto di quello che dice sia vero; gli anziani tornano bambini, mentono per farsi accettare, amare. Ma che importa? Che siano cose interessanti e dette bene, questo conta solo. Nella vita, come nella letteratura. O no?

lunedì 26 agosto 2013

venerdì 8 febbraio 2013

Finzione versus Realtà

Una giovane donna, affetta da qualche squilibrio, una bella mattina d'inverno va al Louvre e sul famoso quadro La libertà che guida il popolo di Delacroix incide un graffito incomprensibile: AE911. Interpellata non spiega il suo gesto né la misteriosa sigla. Si scopre dopo che potrebbe riferirsi a una teoria complottista sull'undici settembre 2001. Rivendicazione? Criptico segnale? Un buon inizio per un thriller alla Dan Brown, no? Quando la realtà supera la finzione, la eguaglia, la insegue, la riproduce? Fosse una thrilleromane?

mercoledì 6 febbraio 2013

Stati Uniti versus Europa

Vedi alle volte le coincidenze: interessante analisi del rapporto fra letteratura statunitense e vecchia, vecchissima Europa negli ultimi tempi. Che il flusso-influsso stia finendo come mi dicevo (speravo) qualche post fa (29 gen.)?

sabato 2 febbraio 2013

à propos de la rhétorique

Non mi pento di aver prima studiato di proposito a parlare, e dopo pensare, contro quello che gli altri fanno; tanto che se adesso ho qualcosa da dire, sappia come va detto, e non l'abbia a mettere in serbo, aspettando ch'io abbia imparato a poterla significare. Oltre che la facoltà della parola aiuta incredibilmente la facoltà del pensiero, e le spiana ed accorcia la strada.
(Giacomo Leopardi a Pietro Giordani, 20 novembre 1820)

Il che (oltre a modificare la ben nota sentenza catoniana del rem tene, verba sequentur - antiaristotelica, perché antisofistica nell'antica avversione al pericolo suasorio del retore, e quindi avversa al lògos del poeta prima di tutto artiere della Poetica, poi anche entusiasta, in vece del platonico-eracliteo creatore con le labbra bruciate dal fuoco incantatore della Pizia, profeta visionario slegato da qualsivoglia indottrinamento, al di qua delle masse, moralista caposetta, sentenza riconiabile in verba tene, res sequetur) potrebbe, dico potrebbe, far giustizia di tanta odierna produzione narrativa improvvisata, superficiale, sciatta, pedestre, umorale, sanguigna, veracemente ingenua, giovanilmente antagonista, che dell'argumentum, dell'oggetto raccontato, del tema forte fa motivo di autosufficienza estetica, salvo poi estinguersi il fuoco sacro, o meglio infrangersi, contro la cruda grettezza di un capoverso, l'insulsa beceraggine della sintassi, quando non davanti alla seccagine patente della singola parola.

martedì 29 gennaio 2013

sabato 15 dicembre 2012

Celati delle pianure

Da antico ammiratore di "Le avventure di Guizzardi" e un po' più recentemente di "Narratori delle pianure", segnalo un interessante intervista al mio ex professore al DAMS Gianni Celati

http://www.doppiozero.com/materiali/anteprime/il-comico-come-strategia-gianni-celati
 

venerdì 14 dicembre 2012

L'unica parola necessaria

Leggo oggi sull'elzeviro del Corriere la recensione a questo libro. Gli editori, si sa, trasformano qualsiasi cosa: fanno di erba alloro, di fango marmellata, di latta platino. Di questi tempi, poi. Trasformano e assorbono persino le spinte sovversive; premiandole le addomesticano. Eppure al di là del sapore da primitivismo letterario con venatura memoriale tipicamente da scrittura 'donna' (filone aurifero nelle vendite), è storia - questa della contandina sgrammaticata Clelia - antica e vera. Quando la scrittura è urgenza assoluta, necessità, respiro a bocca aperta, purezza senza scorie. Lo stadio embrionale, quello dell'infanzia della parola non ancora corrotta dalle pose letterate, dall'erudizione e la malizia dell'esperienza, dagli antagonismi e i protagonismi, dalle moine, gli ammiccamenti, gli sberleffi, le inutili, supponenti polemiche da aiuola tanto ridicola.
Mi ricorda come nasca un desiderio potente, che viene da lontano e non ha nome né motivo. Un bambino di undici anni, una penna e quaderni rilegati col nastro adesivo, giusto trent'anni fa. A rincorrere fantasmi e illusioni travasate da libri d'avventura, di sogno, di un Salgari o di un Verne senza partigianerie pronunciate con smorfietta guardinga: ma tu preferisci Salgari o Verne, a chi appartiene il tuo gusto sapido da buon amatore delle lettere? Le lettere, già. Non le parole, soltanto le parole e nient'altro. Le lettere, le buone e curate lettere.

giovedì 6 dicembre 2012

Senza scrittori

Segnalo "Senza scrittori", documentario su narrativa e dintorni a cura di Andrea Cortellessa, andato in onda qualche sera fa su Rai 5. (L'orario era fuori dalla mia portata: proverò a recuperare nei prossimi giorni).

lunedì 3 dicembre 2012

Lo stile Flaubert

Manco da un po' e ritorno per dire una banalità, forse.
Ogni volta che mi ricapita tra mani Falubert (il Flaubert maggiore, intendo, quello di Madame Bovary e della seconda Educazione sentimentale) non posso fare a meno di pensare che la sua opera sia un (forse il?) supremo esempio di stile. Lasciamo stare i contenuti, dico dello stile nudo e crudo: della misura della frase, della cadenza della punteggiatura, del respiro dei paragrafi. E così dico anche del peso che quello che passa per quella penna viene ad assumere; perché trattata con enorme rispetto, qualsiasi cosa dischiude al lettore tutto il suo peso.
Dono? No. Lo stile del Flaubert non-"naturalista" è tutt'altra cosa, tra il prolisso e l'ampolloso. Sono gli anni dedicati a quelle opere a conferire quella schietta nobiltà al tutto. Ore di sudore su ogni frase e lime interiori lisce. Che poi credo sia quello che manca al maggior parte dei narratori di oggi che mi capitano sotto gli occhi. E sto continuando a parlare solo di stile, naturalmente. Se aprissi al contenuto e dicessi quel che penso, mi renderei antipatico.
Fatemi sapere se ne pensate qualcosa. Una notte fecondamente insonne a tutti.

giovedì 29 novembre 2012

Abbandoni

L'abbandono della scrittura da parte di Roth è atto estetico, in considerazione dell'età avanzata e dei molti successi mietuti. Lo stesso compiuto venti o trent'anni prima, al culmine del successo, sarebbe stato etico, in considerazione della notevole sottrazione di tempo e risorse ancora spendibili, la secessione da una giostra gratificante. Assolutamente drammatico è l'abbandono dello scrittore anonimo, la miccia inesplosa, che sconta nell'esilio silenzioso della propria vita la potenza della frustrazione e della rinuncia, la mancanza di risposte, l'assenza di risposta alla domanda di senso intorno alle ragioni della sconfitta. Ma potentemente tragica è soltanto la prosecuzione dell'intima tortura quando si sia superata la soglia precedente con lampante consapevolezza e si accetti comunque l'assurdità dell'azione, l'illogicità del progetto, sapendo di errare, accettandone le conseguenze ultime.

sabato 17 novembre 2012

Promenade solinga disillusaque

Ieri pomeriggio vado al Castello Sforzesco per fare un giro tra gli eventi di book city. Dicono che da un anno a questa parte Milano stia vivendo un risveglio culturale. Me ne compiaccio; ricordo qualcosa di simile alla metà del novanta a Roma; poi venne il giubileo, poi vennero gli anni 'zero' e Alemanno, adesso vivo qui e non so cosa succeda, ma credo niente di speciale. Confesso a voi e al mondo senza pudore di essermi sempre tenuto alla larga da festival editorial-letterari, fiere, saloni, performance et similia (mai stato a Mantova né a Torino, per dire). Comunque ieri faccio il bravo e vado ad annusare.

Primo incontro. Sala panoramica. 
Tre piani a piedi, ma di quelli scaloni lunghi e alti che arrivi in cima - sono poco atletico - e bestemmi quando scopri l'ascensore accanto all'ingresso. Poche sedie, pure rimediate; per la serie raccogliticce, spaiate. Parlano piccoli editori sulla crisi del sistema, l'oligopolio dei grandi. Ci sono: Iperborea, Nottetempo, Marcos y Marcos, Voland e due piccoli librai indipendenti. Cose note, giuste, verissime: scontistica ammazza-indipendenza, librai allo stremo. Ascolto parlare Ginevra Bompiani, non l'avevo mai vista: molto agguerrita, battagliera, dice cose da barricadera contro il sistema, da donna di sinistra dura e tosta. Mi fa piacere, intendiamo. Poi mi dico: è la figlia di Valentino, ha fondato la casa editrice con la nipote di Einaudi e s'incazza contro il sistema....magari non avrà più rapporti con la dinastia, avranno litigato, non percepirà più quote azionarie. Mi sovviene a un di presso una battuta che ascoltai, a margine del più nazionalpopolare dei premi editoriali, lo Stregagatti. Tal critico blasonato, Pippo la Portucola, gongolava dicendo che è bello vedere nella cinquina un piccolo editore giovane e indipendente, coraggioso, aggiunse: si riferiva a Nottetempo, chiaro. Coraggioso e giovane; fondato da due rampolli di grandi dinastie editoriali, due padroncini del vapore. Bo'... e allora due piccoli e anonimi che mettono su una casa editrice dal nulla che sono, se quelle due sono coraggiose? Due scriteriati, due folli, due marziani? Poi penso: siamo in Italia. L'associazione dei giovani industriali andrebbe ribattezzata: associazione dei giovani (figli di) industriali. Vabbe'.... m'alzo e scendo. Stavolta con l'ascensore, però. Consumiamo un po' d'energia, ai posteri l'arida terra.
 
Secondo incontro. Sala Weil Weiss.
Entro che sta già parlando Andrea Cortellessa; stavolta bella sala, la cosa che guardo di più è la cintura di libri alle pareti. Cortellessa non l'ho mai visto parlare; è affabile, buon eloquio. Sta descrivendo l'attività di Alfabeta2, il fatto che l'anno prossimo dedicheranno uno speciale al cinquantennale del Gruppo 63, lodevole iniziativa. Poi invita a leggere quattro poeti in successione: Biagio Cepollaro, Milli Graffi, Giulia Niccolai, Aldo Nove. La mia ingnoranza sulla poesia è notoria e crassa, tanto per ribadirlo; di costoro non ho mai letto nulla, una pure la ignoravo (la Niccolai). Leggono inediti o testi da poco editi. Il testo di Cepollaro - "il corpo" credo si intitoli - m'è sembrato il più interessante, dotato di struttura. La Graffi è stata penalizzata dal non riuscire a leggere nel buio bene i suoi testi, nonostante l'ausilio di una grossa lente alla Sherlock  (perché non s'è messa gli occhiali?). Alla fine non si capisce nulla. Niccolai esordisce dicendo che la sua poesia è comica, quindi s'aspetta che faccia ridere; oddio, qualcosa sì, poi domanda in un caso: "questa non l'avete capita? Be', la rileggo". Io non l'ho capita comunque, ma non domando il bis, era fin troppo breve. Tocca in ultimo a Nove; per anagrafe il più giovane nel suo essere - trovo scritto - una specie di tardo-avanguardista, per dirla con Sanguineti. Infatti legge direttamente da un i-pad, mentre gli altri da fogli o libri. Se ho capito sta scrivendo un'opera poetica per ogni anno della sua vita che si ultimerà nel 2020 quando sarà pubblicata; non capisco, la sua vita smetterà di scriverla o di viverla? L'anno è il 1969, dice di avere 3 anni (scopro poi che è nato nel 1967). Cortellessa esordì presentandolo che la sua opera è fortemente soggettiva. Racconta di chi viveva davanti a casa sua, di certi giochi da bambino, dei genitori che parlano dell'Apollo 11. La cosa dura da una decina di minuti. M'alzo e me ne vado.

Poscritto: oggi pomeriggio, lo giuro, m'ero ripromesso di andare a vedere qualcos'altro, giusto per non essere il solito misantropo letterario, un asociale isolazionista. Però il tempo non è granché, fa freddino. Ma....mi sa che me ne starò al calduccio coi morti. Devo iniziare a leggere la Casina, l'ultima commedia plautina e forse mi toccherà mettere mano alla mia officina per aggiungere un pezzo a qualcosa che sta faticando enormemente per uscire fuori, spacca la mia mano e fa attrito sulla carta. Insomma scrivere qualcosa nato e digià morto. Forse per oggi rimango a far compagnia alle mie povere cose morte.
 

martedì 13 novembre 2012

A domanda risposta


giovedì 25 ottobre 2012

martedì 2 ottobre 2012

Scrittori e editori

Leggo un'intervista oggi ad Aldo Busi su un suo romanzo dalle vicissitudini accidentate (premesso: Busi è un autore che non conosco, quando avevo vent'anni mi irritava perché vedevo in lui un tipico giullare postmoderno ben dotato, stregato dal danaro e dal successo, oggi mi procura diffidenza come tutti gli autori la cui vita clamorosa soffoca l'opera, proprio nel momento in cui la ingigantisce). Però dal suo racconto credo possano ricavarsi spunti interessanti su come un colosso editoriale (la Mondadori) si comporti nei confronti di un autore 'dalle uova d'oro'. Figuriamoci questo declinato su autori dalle uova nascenti o vulnerabili, timidette.

domenica 9 settembre 2012

Florilegio

Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data; la potrà ritrovare. Ma noi, come ripareremo?
Invecchieremo falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.
E sarà inutile dare agli altri la colpa. A quelli che fanno la politica o che la vendono; all’egoismo stolto che fa il computo dei vantaggi, e cerca nel giornale quanti sono stati i morti; ai socialisti ed a Giolitti, ai diplomatici o ai contadini. La colpa è nostra, che viviamo con loro. Esser pronti, ognuno per suo conto, non significa niente; essere indignati, disgustati, avviliti è solo una debolezza. La realtà è quella che vale. Anche la disgrazia è un peccato; e il più grave di tutti, forse.
Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto. Saremo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo ricordandoci di questo. 
Noi, quelli della mia generazione, che arriviamo adesso al limite, o l'abbiamo passato da poco; gente sciupata e superba. Chi dice che abbiamo spesa male la nostra vita, senza costruire e conquistare? Eravamo ricchi di tutto quello che abbiamo buttato; non avevamo perduto neppure un attimo dei giorni che ci son passati come l'acqua fra le dita. Perché eravamo destinati a questo punto, in cui tutti i peccati e le debolezze e le inutilità potevano trovare il loro impiego. Questo è il nostro assoluto. È così semplice!
Non siamo asceti né fuori del mondo. Vivere vogliamo e non morire. Anche se ci tocchi quello che non si può scansare col corpo, e che è sempre vita, quando lo incontriamo camminando per la nostra strada. Non abbiamo paure né illusioni. Non aspettiamo niente. Sappiamo che il nostro sacrificio non è indispensabile.
 
Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato