giovedì 6 giugno 2013

Nemesi


Ieri.
Passo nella mia libreria preferita, Falso Demetrio, a ritirare due cose: il secondo numero di Costola, una rivista che mi pare interessante; e, su antico suggerimento dell'amica Giovanna Piazza, "Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nikolaj Leskov" di Walter Benjamin.
Mentre chiacchiero con Ilaria, la libraia, prendo in mano la rivista, sbircio la copertina, sorrido, la infilo nel borsello; poi prendo in mano il libro di Benjamin. Sbircio la copertina. Sotto il titolo leggo: "Note e commento di Alessandro Baricco".
Ho un qualcosa tra il brivido e il sussulto.
Volto il libro. Ho un qualcosa tra il sussulto e la doglia. In quarta di copertina c'è una nota di A. B. che recita: "Il lascito di un profeta, e a tratti la consegna di un amuleto, e in definitiva il regalo di un segreto".
Pago, nascondo il libro nel borsello, esco dalla libreria, mi infilo nel primo bar, ordino un Negroni.

mercoledì 5 giugno 2013

Brecht e il virus tuista

"L'ultima pièce brechtiana, Turandot ovvero Il Congresso degli Imbiancatori, tratta dell'asservimento degli intellettuali senza più capo né coda: cioè dei Tellett-Ual-In, dei T-U-I".

"(...) Le gentildonne molieriane  infoiate per i concetti e la bizzarria dei versi barocchi erano simili a Turandot; e il molieriano Trissotin, poeta-mercenario che si esibisce nel salotto delle Intellettuali per conquistare la mano della ricca Henriette, era già portatore del virus tuista. In fondo, tutti i vuoti verseggiatori e i pedanti vanesi e gli impostori camuffati del gran teatro molieriano erano già dei Tui, fabbricatori di mondi rapaci e di verità di comodo negli interstizi del potere costituito. Il loro modo di pavoneggiarsi, di infiorare l'infamia, di offrirsi al riso del pubblico senza mai perdere la loro protervia, come grotteschi animali impagliati, ovvero il loro incarnare in ogni situazione la lunga durata del vizio intellettuale, questa loro consustanzialità con il trucco, con il quiproquo, con lo stratagemma scenico, tutto ciò dovette essere ben presente al Brecht che andava delineando la patologia dei suoi Tui".

"(...) Un motivo del Misantropo, in particolare, fa pensare alle Elegie di Buckow e alla Turandot (si parla ancora di Brecht, N.d. R.): la scelta di non esserci. Il misantropo Alceste, disgustato dall'immorale consorteria con cui si trova a vivere, alla fine va via, abbandona fisicamente la commedia degli intellettuali. E la sua uscita non promette niente al pubblico. Non ha niente di paragonabile con le grandi uscite drammatiche, come quella di Nora che corre incontro alla vita sociale, o come quella degli infelici dei quali si sa - per convenzione teatrale - che si suicideranno. Alceste sceglie semplicemente di non esserci (...). Dunque, il non esserci fu anche il punto di vista dell'autore di Turandot, commedia in cui l'assenza è rappresentata come la condizione dei giusti".

(Claudio Meldolesi, Laura Olivi, Brecht regista. Memorie dal Berliner Ensemble, Bologna, Il Mulino, 1989)

martedì 4 giugno 2013


Oggetti naturali
"Possiamo forse riconoscere che a volte si è tentati di ignorare il per-sé di taluni esseri umani e di considerarli semplicemente degli in-sé.
Possiamo cedere a questa tentazione quando riteniamo di aver a che fare con persone 'sciocche' o 'convenzionali', che forse tendiamo ad oggettivare senza troppe esitazioni. Sembra quasi che si sia inclini a trattarle come oggetti naturali".

(Gemma Corradi Fiumara, Filosofia dell'ascolto, Jaca Book, Milano, 1985, p. 199). (Libro capace di aperture straordinarie!)

sabato 1 giugno 2013

Live


Sampierdarena. Ufficio postale.
Devo spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno per disdire il contratto di telefonia fissa. Agata dorme beatamente nel passeggino.
Prendo il numero dalla macchinetta erogatrice. P14. Leggo il display. P11.
Mi avvicino agli sportelli. Scruto, alla mia sinistra, un espositore in cartone. Rosso fiammante. Devio verso l'espositore. Dentro, divise in tre colonne da quattro (o in quattro colonne da tre?), ci sono dodici pile, ciascuna contenente un titolo della collana "Live", quella della Newton Compton a 0,99 euro.
Dlin.
P12.
Mi allontano dall'espositore. Mi riavvicino all'espositore. Scorro i dodici titoli. Sono tutti classici. Ne ho letti nove su dodici. Mi domando se sia un vanto o una vergogna. Do un'occhiata ad Agata. Dorme.
Dlin.
P13.
Mi allontano dall'espositore. Mi riavvicino all'espositore. Do un'occhiata ad Agata. Muove un braccino. Lo arresta. Dorme, dorme. Faccio un altro passo, lentissimo, verso l'espositore. Mi guardo intorno. Arraffo "Le notti bianche" di Dostoevskij e "Il ballo" della Némirovsky.
La cassiera della minilibreria si affaccia dal suo box semicircolare e mi fa: "E pensi che c'è un ulteriore sconto del 15%!"
"Ma no!"
"Ma sì!"
"Ma guarda!", e le allungo d'impulso i due libri.
Dlin.
P15.
Come P15?
Corro allo sportello, manovrando con malgarbo il passeggino. Agata brontola.
"Mi scusi, io avrei il 14!"
"L'ho appena chiamato. Comunque: mi dica," squittisce una signorina bionda, minuscola, più brutta che bella, con due enormi orecchini color argento.
Le dico. Faccio quel che devo fare. Agata brontola e ribrontola. Pago, saluto. Mi volto indietro. Il P15, non può che essere lui, mi guarda male. Agata si è indubitabilmente svegliata. La cassiera della minilibreria mi fa: "I suoi libri! Non li prende?"
"Oh!", le faccio.
Estraggo il portafogli dalla tasca della giacca, apro il taschino degli spiccioli, prendo una moneta da due euro, la soppeso.
E mentre mi domando se sia legittimo acquistare due libri di quella collana lì, per di più in questo posto qui, Agata dà in un pianto quieto, ostinato, monocorde, che sfarina i miei tormenti.

venerdì 31 maggio 2013

Niente di nuovo

Bada poi che il fatto di leggere una massa di autori e libri di ogni genere non sia un po' segno di incostanza e volubilità. Devi insistere su certi scrittori e nutrirti di loro, se vuoi ricavarne un profitto spirituale duraturo. Chi è dappertutto, non è da nessuna parte.

Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, I, 2, 2

giovedì 30 maggio 2013

Parole, parole, parole



È la vergogna dell’istante puntuale e puntiforme che ci ispira i discorsi destinati ad appiattire la punta acuta, a smussare la mannaia tagliente della morte. La scappatoia attraverso la retorica, la prolissità nella retorica, è forse un mezzo per eludere questa brachilogia suprema dell’istante supremo. O, per usare altre immagini, il pudibondo getta sul volto della morte il velo del suo discorso, come Tartufo getta il suo fazzoletto sulla scollatura di Dorina… Nascondete questa morte oscena che io non posso guardare!

(Vladimir Jankélévitch, "La morte", Piccola Biblioteca Einaudi, p. 224;
mi sono appuntato chissà quante altre frasi, ma mi trattengo dalla tentazione di trascriverne ancora.)


domenica 26 maggio 2013

"La grande bellezza" di Sorrentino

Sono andato a vedere questo film avendo letto una stroncatura, tutto sommato ingenerosa. Il film a me è piaciuto; intendiamoci non m'ha entusiasmato ma è un film nel complesso riuscito. Di certo va intesa la sua cifra stilistica, che è dichiaratamente barocca: intesa come eccesso di cose, assemblate non sempre e credo volutamente à merveille, nel sottinteso didascalisco di molte scene, nel diluirsi temporale di azioni che di certo concetrate avrebbero avuto valore di efficacia maggiore ma non sarebbero state quello che dovevano essere. Servillo anche qui dà una prova straordinaria nei panni di uno scrittore dandy e cinico in disarmo da anni, circondato da una pletora di spiumati borghesi e sottoproletari, da donne svaporate e nevrotiche. La Roma che appare è di certo tutta nell'interno di una ricchezza crassa e vigliacca, una Roma da cartolina, con uno splendore bizantino, decadente. Alcune soluzioni, pur in una fotografia più che onorevole, sono scadenti: i fenicotteri rosa al computer sul balcone di Gambardella sono davvero orrendi, come la giraffa alle terme (credo) di Caracalla la si poteva risparmiare. Altre scene invece nel loro essere smaccatamente allegoriche riescono bene; vedi la passeggiata notturna di Servillo-Ferilli con il 'custode della bellezza', quel guardiano delle chiavi che li fa entrare nei più bei palazzi e musei di Roma (veramente riuscito il notturno ai capitolini, la nuda silenziosa bellezza eterna dell'arte). Il finale, poi, è dei più consueti, ma alla fin fine è quello che poteva e doveva essere; il ritorno di Gambardella alle origini della sua giovinezza incontaminata. Un po' fiacco, di comodo, così come la visita alla coppia semplice dalla vita 'bella', di un vedovo che rivela a Gambardella che la moglie da quell'amore giovanile al faro per lui non si è più ripresa; "ma che belle persone che siete" è una frase elementare, che dice tutto, può apparire scontata ma è il giusto commento a quello che Gambardella in quel momento prova. In sintesi: un film barocco, senza rigore e regola, smodato, con eccesso di apparato e magnificenza di arredi (i continui cambi di scena e piani sequenza), ma è una fotografia adeguata di molta parte di questi anni. Barocchi, eccessivi, sregolati, informi, diluiti, fiacchi, scontati; diciamo pure noiosi.