domenica 19 maggio 2013

Guardo piovere


Ieri, tutto sommato senza motivo, sono andato al Salone del Libro di Torino.
Entro al Salone alle 10.15, saluto chi devo salutare, compio un giro rapidissimo per gli stand, continuamente domandandomi cosa ci faccio lì, pensando con nostalgia a mia figlia e alla mia compagna, come se le avessi tradite, abbandonate, ripudiate.
Alle 12 sono stremato. Decido di anticipare il ritorno: prenderò il treno delle 13.28.
Faccio per uscire.
Mi blocca un giovanotto in maniche di camicia arrotolate e cravatta. Alto quasi come me, robusto, atletico, abbronzato, mi punta addosso un sorriso mastodontico. Mi allunga la mano.
- Ciao! Hai mai sentito parlare di lettura veloce?
Gli stringo la mano. Guardo l'uscita.
- Sì, certo. Però scusa, ho il treno che mi parte.
- Quindi non ti interessa leggere più velocemente?
Fisso l'uscita.
- Eh, no.
- Perché?
- Perché mi piace leggere con calma, capire per bene quello che leggo. Però davvero: mi parte il treno.
- Ah, ma con noi (pausa interminabile) impareresti a leggere più velocemente, però mantenendo la stessa qualità di lettura.
Rimiro malinconicamente l'uscita.
- Il treno...
- Non te lo dico per interesse, sai?
- No?
- No! Tu, per esempio, quanti libri leggi al mese?
- Ma. Non so. Otto, dieci. Più, si capisce, giornali, riviste, blog e dattiloscritti inediti.
Il giovanotto gonfia il petto. Il sorriso mastodontico si trasforma in un ghigno mastodontico, poi in uno sguardo mastodonticamente minaccioso.
- Però io sto lavorando. Puoi pure andare a prendere il tuo treno.
Volto le spalle al giovanotto. Gli faccio ciao con la mano. Allungo il passo.
Sento che dice tra i denti: - Sfigati del cazzo.
Esco. Piove, c'è freddo. La passerella sopraelevata che conduce alla stazione di Torino Lingotto riesce in un'area dismessa, piena di spazzatura e di graffiti. Certi angoli di Torino hanno uno squallore metropolitano bellissimo. Arrivo in stazione con mezz'ora di anticipo. Non so cosa fare. Non ho fame. Mi siedo su una delle due panchine in marmo del binario 6. Tiro fuori dal borsello un romanzo. Ripenso al giovanotto. Rimetto il romanzo nel borsello. Guardo piovere.

mercoledì 15 maggio 2013

Il teatro: arte povera e biologica

Il teatro è un'arte povera e biologica. Povera perchè non ha bisogno di molto denaro per essere esercitata; biologica perché l'unica ricchezza che può vantare è nella qualità globale della persona che la esercita.
Per questo prima di dire: “faccio teatro”, dovrei pensare “mi do al teatro”. “Darsi al teatro”, viene prima di “fare il teatro”. Quando ci si dà, il proprio fare risulta come illuminato da quel darsi, che è una sfida di ogni giorno e di una vita. Quando si fa senza darsi il risultato potrà anche essere buono, ma sarà sempre episodico e soggetto alle oscillazioni dell'umore, agli accidenti della vita, insomma alle forze distrattive che ci allontanano da noi stessi. Poiché “fare” e “darsi” quando sono simultanei, quando vengono bruciati insieme sullo stesso altare, provocano un'adesione totale a ciò a cui si tende. Di questa adesione totale ha bisogno l'attore - l'uomo e la donna di teatro. Senza questa adesione fare teatro è un atto mancato, che si aggiunge ai tanti atti mancati della nostra vita.

Dunque è l'attore che ha bisogno di questa adesione totale, non è il teatro che ha bisogno dell'attore.
Se l'attore non sente questo bisogno, perché fa teatro? Attori che fanno teatro senza aderire con la totalità del proprio essere ce ne sono molti: sono gli esibizionisti e i pavidi. I primi non hanno bisogno di aderire ad alcunché, poiché si nutrono della soddisfazione superficiale che proviene dal mostrarsi agli altri per le proprie supposte grandi qualità: di bravura tecnica, di sentimento; tutte osservate minuziosamente allo specchio prima di essere rese pubbliche. I secondi vorrebbero aderire, ma scappano quando il gioco si fa troppo serio. Entrambi sono in fuga dalla vita profonda, ma per i primi il teatro è un farmaco eccitante, per i secondi una pomata che allevia il sintomo.

(Foglietto manoscritto dell'attore *** trovato, dopo la sua morte, nella tasca di un paio di pantaloni da lavoro conservati nel guardaroba della casa di campagna dello stesso).

martedì 14 maggio 2013

Privazioni, private azioni

Continuare così, tentare nuove voci dentro la carta, lavorare a questa macchina di immagini e falsità, di euforie e vergogne, con il rancore di un esiliato senza speranza e l'amore, la pazienza di un artigiano chiuso nella bottega, tra le sue piccole, vecchie, tenere cose, che nessuno sa e a nessuno interessano più.

domenica 12 maggio 2013

Paperelle


Ho letto anch'io, come il novanta per cento dell'umanità, "Open" di Andre Agassi.
Un libro divertente e ben scritto: non dal tennista ma, come si legge nei ringraziamenti, da J. R. Moehringer.
Dopo due letture-studio assai faticose, avevo voglia di un buon romanzo d'intrattenimento. Mi torna alla mente Moehringer, e scopro che in Italia è appena stato tradotto il suo secondo romanzo, "Pieno giorno".
Saltabecco in rete per cercare qualche notizia sul romanzo, e mi imbatto nella copertina.
Sulla quale campeggia lo strillo, a firma di Alessandro Baricco, che voi stessi potete leggere:

Da allora, non riesco a levarmi dalla testa l'immagine di un sicario (me lo figuro come il Jean Reno di "Leon") che prima sopprime Baricco, poi tutta la casa editrice Piemme, quindi vola negli Stati Uniti, individua l'abitazione di J. R., forza la serratura, lo sorprende nella vasca da bagno, avanza, infila la mano nella tasca interna del soprabito, J. R. si accartoccia in trenta centimetri di vasca, fa il gesto ingenuo di proteggersi i genitali, il sicario estrae una copia dell'edizione italiana di "Pieno giorno", gliela mostra, gli indica lo strillo di Baricco, J. R. giura di essere all'oscuro di tutto, il sicario gli ordina di aprire la bocca, strappa la copertina del romanzo, gliela fa ingoiare, la copertina è indigeribile, J. R. soffoca all'istante, il sicario scompare senza lasciare traccia di sè.
Due paperelle di gomma, ignare di tutto come solo le paperelle di gomma sanno essere, si osservano al centro della vasca di J. R.
 

domenica 5 maggio 2013

Altri tempi (3)

Due partiti che da anni e anni si combattono, si dilaniano, si calunniano, adesso, guardandosi bene in faccia, cominciano a pensare che forse, in fondo in fondo, non c'è tra loro nessuna differenza.

Federico De Roberto, L'Imperio, in Romanzi, novelle e saggi
Mondadori p.1203

domenica 28 aprile 2013

Altri tempi (2)



Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glie lo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.


Federico De Roberto, I Viceré  in Romanzi, novelle e saggi, Mondadori, p.1063

mercoledì 24 aprile 2013

tutti sono ostaggi del morto


<<tutti sono ostaggi del morto.
Per primo l'ospite prediletto,
legato dal segreto
che gli è stato confidato
perché lo conservi
in nome di una legge
che l'ha sorpreso
ancor prima di scegliere
se obbedirle oppure no>>

Enrico Testa, Ablativo, Einaudi 2013