martedì 26 marzo 2013

Anna Maria Ortese

(Mentre guardo cadere la neve di primavera) 
  [...]"La tragedia della mia vita (espressione euforica, che quasi mi diverte per la sua ingenuità, in quanto tutte le vite sono tragiche, quella stessa di un filo d'erba o di un atomo, e nulla veramente si sottrae a questa tragicità, che consiste nell'essere irresistibilmente «portati») fu dunque nello scoprire quasi subito che tutte le cose - anche persone, volti, libri - erano vuoto e apparenza, erano immagini, la cui materialità e libertà erano tutte illusorie. Una sola cosa viveva veramente, era quasi altro dal vivere della materia: il dolore e l'emozione dolorosa (metto tra queste emozioni anche l'amore e la gioia). Ben presto, dunque, io mi trovai a dovermi battere per una cosa - la vita - che era un abisso e una perdita. Lo sapevo, ma ciò non toglieva che dovevo battermi".
(da Anna Maria Ortese, Corpo celeste, Milano, Adelphi, 1997, p. 72)

1 commento:

  1. Che bello.
    Noto l'avanzamento per coppie: "di un filo d'erba o di un atomo", "vuoto e apparenza", "materialità e libertà", " il dolore e l'emozione dolorosa", " l'amore e la gioia", "un abisso e una perdita".
    Coppie, peraltro, di diversa qualità: ora quasi di opposti, ora quasi di sinonimi.
    Perché?
    Non tanto, secondo me, per la difficoltà di ridurre la realtà a parola, quanto perché la Ortese si muove come un individuo braccato, che proprio raddoppiando la realtà prova a depistare gli inseguitori.

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